

17. La rivoluzione permanente.

Da: Trockij, La rivoluzione permanente, Einaudi, Torino, 1975.

Trockij (pseudonimo di Lev Davidovic Bronstein), in contrasto con
Stalin che sosteneva la tesi del socialismo in un solo paese,
riteneva che quanto era avvenuto in Russia potesse verificarsi
ovunque. Questa convinzione era alla base della teoria della
rivoluzione permanente, i cui aspetti principali sono
evidenziati nel seguente passo dallo stesso Trockij. Essa  prima
di tutto una rivoluzione che non fa compromessi con nessuna forma
di regime di classe, ma punta alla realizzazione immediata del
socialismo. La rivoluzione  permanente anche perch deve
affrontare, per un tempo pi o meno lungo, la reazione di coloro
che si oppongono alle varie trasformazioni dei rapporti sociali,
dell'economia, della tecnica, della scienza e della morale. La
rivoluzione socialista, infine, deve uscire dai confini nazionali;
e questo, secondo Trockij, , non solo possibile grazie al
carattere internazionale dell'economia, dello sviluppo mondiale
delle forze produttive, e del livello mondiale a cui  giunta la
lotta di classe, ma anche necessaria, se si vuole evitare che una
dittatura isolata del proletariato finisca per diventare vittima
delle contraddizioni interne ed esterne.


Rivoluzione permanente, nel senso che Marx attribuiva al concetto,
significa una rivoluzione che non fa compromessi con nessuna forma
di regime di classe, che non si ferma allo stadio democratico, che
prosegue verso misure socialiste e verso la guerra contro la
reazione esterna, cio una rivoluzione di cui ogni stadio
successivo  racchiuso nel precedente e che pu finire solo nella
completa liquidazione di ogni societ di classe.
Per dissipare la confusione che  stata creata intorno alla teoria
della rivoluzione permanente,  necessario distinguere tre linee
di pensiero unite in questa teoria.
In primo luogo, essa abbraccia il problema della transizione dalla
rivoluzione democratica alla rivoluzione socialista. Questa  in
sostanza l'origine storica della teoria.
Il concetto di rivoluzione permanente fu elaborato dai grandi
comunisti della met del diciannovesimo secolo, da Marx e dai suoi
seguaci, in opposizione a quell'ideologia democratica che, come 
noto, presumeva che tutti i problemi dovessero essere risolti
pacificamente, in modo riformista o evoluzionista, con
l'istituzione dello stato razionale o democratico. [...]
Il marxismo volgare ha elaborato uno schema di sviluppo storico,
secondo il quale ogni societ borghese prima o poi garantisce un
regime democratico, dopo di che gradualmente organizza e innalza
il proletariato al socialismo, nelle condizioni della democrazia.
Quanto al passaggio al socialismo stesso ci sono state varie
concezioni: i riformisti dichiarati immaginavano questa
transizione come il riempimento attraverso le riforme della
democrazia con contenuti socialisti (Jaurs) [Jean Jaurs,
intellettuale e uomo politico francese, fautore di un socialismo
liberale e democratico; deciso oppositore del colonialismo e del
nazionalismo bellicista, venne assassinato da un compatriota
nazionalista alla vigilia della prima guerra mondiale]. I
rivoluzionari formalisti riconoscevano l'inevitabilit
dell'applicazione della violenza rivoluzionaria nel passaggio al
socialismo (Guesde) [Mathieu-Jules-Basile Guesde, detto Jules,
socialista francese, contrario alla collaborazione con i governi
borghesi]. Ma entrambi consideravano democrazia e socialismo
riguardo a tutti i popoli e paesi, non solo come due stati
completamente separati nello sviluppo della societ, ma anche come
due stadi molto distanti l'uno dall'altro. Questa veduta era
predominante anche tra quei marxisti russi che durante il 1905
appartenevano all'ala sinistra della Seconda Internazionale.
Plekhanov, il brillante progenitore del marxismo russo,
considerava l'idea della dittatura del proletariato una follia
nella Russia contemporanea. Lo stesso punto di vista era difeso
non solo dai menscevichi, ma anche dalla schiacciante maggioranza
dei capi bolscevichi, compresi tutti gli attuali capi del partito,
che a quel tempo erano risoluti rivoluzionari democratici per i
quali il problema della rivoluzione socialista, non solo nel 1905
ma anche alla vigilia del 1917, significava ancora l'indistinto
preludio di un lontano futuro.
Chi dichiar guerra a queste idee ed inclinazioni fu la teoria
della rivoluzione permanente, sorta di nuovo nel 1905. Essa
metteva in rilievo che i compiti democratici delle nazioni
borghesi arretrate nella nostra epoca conducevano alla dittatura
del proletariato e che la dittatura del proletariato poneva gli
scopi socialisti all'ordine del giorno. In ci risiedeva l'idea
centrale della teoria. Se l'opinione tradizionale era che la via
alla dittatura del proletariato passava attraverso un lungo
periodo di democrazia, la teoria della rivoluzione permanente
stabiliva il fatto che, per i paesi arretrati, la via alla
democrazia passava attraverso la dittatura del proletariato. Per
questo soltanto la democrazia non diventa un regime ancorato a se
stesso per diecine di anni, ma piuttosto una introduzione diretta
alla rivoluzione socialista. L'una  legata all'altra da una
catena ininterrotta. In questo modo sorge fra la rivoluzione
democratica e la trasformazione socialista della societ un
permanente processo rivoluzionario.
Il secondo aspetto della teoria permanente caratterizza gi la
rivoluzione socialista in quanto tale. Per un tempo
indefinitamente lungo in una continua lotta interna, tutti i
rapporti sociali sono trasformati. Il processo mantiene
necessariamente un carattere politico, cio si sviluppa attraverso
urti fra i vari gruppi della societ in trasformazione. Scoppi di
guerre civili ed esterne alternati a periodi di riforme pacifiche.
Rivoluzioni nell'economia, nella tecnica, nella scienza, nella
famiglia, nella morale e nelle usanze si sviluppano in una
complessa azione reciproca e non permettono che la societ
raggiunga l'equilibrio. Qui risiede il carattere permanente della
rivoluzione socialista in quanto tale.
Il carattere internazionale della rivoluzione socialista, che
costituisce il terzo aspetto della teoria della rivoluzione
permanente, risulta dallo stato attuale dell'economia e della
struttura sociale dell'umanit. L'internazionalismo non  un
principio astratto, ma un riflesso teorico e politico del
carattere internazionale dell'economia, dello sviluppo mondiale
delle forze produttive, e del livello mondiale a cui  giunta la
lotta di classe. La rivoluzione socialista comincia su basi
nazionali, ma non pu restare circoscritta entro questi confini.
La permanenza della rivoluzione proletaria entro una struttura
nazionale pu essere soltanto uno stato di cose provvisorio, anche
se di lunga durata, come mostra l'esperienza dell'Unione
Sovietica. In una dittatura isolata del proletariato, le
contraddizioni interne ed esterne crescono inevitabilmente e allo
stesso ritmo dei successi. Rimanendo isolato lo stato proletario
deve alla fine diventare vittima di queste contraddizioni. La via
d'uscita risiede solo nella vittoria del proletariato dei paesi
avanzati. Osservata da questo punto di vista, una rivoluzione
nazionale non  fine a se stessa, ma  soltanto un anello nella
catena internazionale. La rivoluzione internazionale presenta un
processo continuo nonostante tutti i temporanei alti e bassi.
